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Rischio calcolato: tra Lega Pro e la corsa alla presidenza FIGC

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Nel calcio italiano, dove le dinamiche tra sport e politica hanno spesso il peso di decisioni che segnano il destino di club, tifosi e giovani talenti, esiste una categoria di scelte che non si leggono facilmente sui tabelloni o sulle prime pagine: il rischio calcolato di non schierarsi. È una linea strategica che, a prima vista, potrebbe sembrare una mancanza di coraggio o una prudenza esasperata, ma che spesso nasce da una lettura accurata delle conseguenze a medio e lungo termine. In questa cornice, la recente stagione ha visto la Lega Pro assumere una posizione che, secondo molti osservatori, si distanzia da una logica di schieramento semplice in favore di una valutazione di potere, influenza e stabilità del sistema. In settimana sono state ufficializzate le candidature di Abete e Malagò per la presidenza della FIGC, un segnale che ha diviso analisti e stakeholders tra chi celebra una scelta di contatto e chi teme una polarizzazione che potrebbe chiudere porte preziose all’evoluzione del movimento.

Il quadro politico del calcio: tra Lega Pro e FIGC

Per comprendere la portata di una decisione che sembra semplice in superficie ma complessa nel suo impatto, bisogna guardare al quadro istituzionale che informa le scelte quotidiane dei club di almeno tre livelli: la Lega Pro, la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) e, più in generale, le strutture di governance che definiscono bilanci, riforme regolamentari e politiche sportive per i prossimi anni. La Lega Pro, che raccoglie le società di terza divisione, ha un ruolo non solo rappresentativo, ma anche di propulsione di idee che possono arrivare a influire sui parlamenti interni della FIGC. In questa cornice, ogni scelta politica, come quella di non schierarsi in modo deciso su una determinata candidatura, diventa un messaggio per i club: si privilegia la continuità, la possibilità di una mediazione o la ricerca di un terreno comune tra differenti anime sportivo-amministrative.

La candidatura di Abete, noto per la sua lunga milizia nel mondo del calcio italiano e per una visione orientata alla preservazione delle tradizioni, si presenta come un continuum rispetto al passato recente della FIGC. Dall’altra parte, Malagò, figura spesso associata a una gestione più centrata sull’aggiornamento delle strutture, sull’innovazione e su una dinamica di rinnovamento dei linguaggi istituzionali, capitalizza l’idea di una gestione più moderna e meno vincolata ai retaggi classici delle federazioni sportive. L’articolazione di queste posizioni non è solo una competizione tra personalità, ma una contrapposizione di modelli di governance: quello basato sulla stabilità e sull’equilibrio, e quello che punta a una ridefinizione degli equilibri interni al calcio italiano, in un contesto di reformismo e di nuove alleanze.

Il concetto di rischio calcolato nello sport

Il concetto di rischio calcolato, quando viene applicato al mondo sportivo e, in particolare, alla governance, significa valutare non solo le ricadute immediate di una scelta, ma anche i costi e i benefici collaterali a medio termine. Nel calcio di alto livello, una decisione politica o sportiva può influire sul flusso di risorse, sui rapporti con sponsor e media, sulle possibilità di attrarre talenti e su come i tifosi percepiscono la trasparenza e la legittimità delle istituzioni. In questo senso, una Lega Pro che preferisce non schierarsi in modo esplicito su una candidatura può essere guidata dall’idea di preservare la capacità di mediazione tra realtà diverse del calcio italiano: dai club storici alle forze emergenti, dai presidenti di leghe regionali alle realtà accademiche che aspirano a una riforma del sistema. Il rischio, naturalmente, è duplice: da un lato la possibilità di apparire debole o poco decisivo in un momento cruciale; dall’altro la possibilità di guadagnare tempo, per sondare le acque, spianare la strada a soluzioni condivise e, soprattutto, evitare di chiudersi in una polarizzazione che potrebbe generare conflitti e resistenze a livello di governance.

Dal punto di vista teorico, questa scelta porta con sé l’idea che in un ambiente complesso come quello della FIGC, dove le decisioni hanno ricadute su centinaia di club e migliaia di tendenze calcistiche locali, la capacità di ascoltare, mediare e trovare compromessi può essere una risorsa più utile della rigidità di una linea politica. In un contesto in cui i bilanci della federazione dipendono da fondi pubblici, sponsorizzazioni e diritti televisivi, la gestione delle relazioni interne ed esterne diventa un’abilità cruciale. In questa prospettiva, il rifiuto di schierarsi in modo netto può essere visto come una forma di leadership disciplinata, volta a mantenere gli spazi di manovra aperti e a evitare l’entrata in conflitto che potrebbe rendere la federazione meno appetibile agli interlocutori esterni.

La Lega Pro e la dinamica delle alleanze

La Lega Pro, che rappresenta terza divisione e aspirazioni di crescita competitiva, non vive in un mondo avulso dalle pressioni politiche. Le squadre che militano in questa fascia hanno bisogno di una cornice normativa che garantisca trasparenza, accesso a risorse e possibilità di sviluppo infrastrutturale. Quando una lega, come la Lega Pro, adotta una posizione di non schierarsi, essa sta comunicando una preferenza per una gestione inclusiva, capace di ascoltare diversi ordini di idee e di tradurre le proprie scelte in politiche pratiche che possano favorire la crescita complessiva del movimento. Ma l’assenza di un sostegno esplicito a una candidatura non è neutrale: essa potrebbe essere interpretata come una preferenza per una gestione che privilegia la coesione dell’intero sistema, oppure come una segnalazione di cautela in attesa di una migliore comprensione degli equilibri di potere all’interno della FIGC e dei suoi organismi collaborativi.

Le dinamiche di alleanza, in tal senso, non sono lineari. Ogni decisione di non schierarsi è interpretata in chiave di potenziale influenza futura, perché le scelte di leadership hanno effetto domino: influenzano l’atteggiamento degli sponsor, condizionano le relazioni con le leghe periferiche, modulano il rapporto con il mondo aziendale che sostiene l’attività calcistica, e incidono sul morale dei club in lotta per la promozione, per i progetti sportivi giovanili e per la possibilità di investire in infrastrutture. La scelta di non prendere una posizione netta diventa, quindi, una strategia di gestione del rischio legata all’adattabilità: la Lega Pro conserva margini di manovra, è meno vincolata da una narrativa personale e resta aperta a rivalutare la propria posizione in funzione di come evolvono i rapporti di forza.

Le candidature Abete e Malagò: cosa rappresentano

La candidatura di Giancarlo Abete, uomo di lungo corso nella federazione e con una rete di contatti consolidata, richiama l’idea di una continuità istituzionale. Abete è associato a una tradizione di gestione che ha privilegiato la stabilità normativa, la gestione attenta delle risorse e la promozione di progetti che hanno avuto una ricaduta positiva a livello di campagna internazionale e di immagine del calcio italiano. In un periodo in cui la FIGC cerca di rimuovere vecchie logiche di potere e di aprire spazi a nuove idee, la sua candidatura rappresenta un portale verso una governance che guarda alla tradizione come base di una riforma controllata e misurata.

Malagò, al contrario, porta con sé una sensibilità diversa: quella di chi ha vissuto il mondo dello sport ad alto livello in termini di marketing, di gestione di grandi eventi e di rinnovamento. La sua figura è spesso associata a una propensione verso rinnovamenti strutturali, riforme amministrative e una comunicazione più diretta con tifosi e audience. In un quadro in cui la FIGC deve fronteggiare sfide legate al digitale, agli investimenti in infrastrutture, ai rapporti con la UEFA e con le altre federazioni europee, Malagò è visto da alcuni come un catalizzatore di cambiamenti che possano essere permeabili anche al mondo delle aziende private e degli stakeholder internazionali. Non è solo una questione di stile: è una questione di priorità strategiche e di capacità di collocare l’Italia in una posizione di leadership nel contesto europeo del calcio, senza rinunciare ai valori sportivi che hanno reso celebre il nostro movimento.

La dualità tra Abete e Malagò, dunque, non è una semplice scelta tra due personaggi pubblici: è una discussione su quale modello di governance possa garantire stabilità e innovazione contemporaneamente. Se Abete incarna la purezza di un percorso che privilegia una continuità misurata, Malagò propone una riforma dell’architettura federale che potrebbe favorire una gestione più efficiente delle risorse, una più forte attenzione ai rapporti con i club minori, e una strategia di lungo periodo orientata a una crescita sostenibile. In questo contesto, la Lega Pro potrebbe percepire una certa utilità nel mantenere una posizione di bilanciamento che non esclude nessuna delle due strade, ma che valuta attentamente come una scelta possa facilitare o ostacolare progetti concreti per i club di terza divisione e per l’intero sistema calcistico.

Il potere delle scelte misurate: riflessioni sulle ricadute pratiche

Le conseguenze pratiche di una scelta più cauta, invece, non sono solo teoriche. Se si privilegia un equilibrio che tenga conto delle necessità di tutte le parti coinvolte, si possono aprire spazi a programmi concreti di sviluppo: investimenti mirati in infrastrutture, riforme che semplifichino l’amministrazione delle leghe minori, e una più attenta gestione dei rapporti con i campionati giovanili, che rappresentano la fucina di talenti futuri. Allo stesso tempo, l’assenza di una dichiarazione netta di supporto a una candidatura potrebbe rallentare alcune dinamiche di avanzamento che sono invece desiderate da chi sostiene una riforma più assertiva. Tuttavia, è fondamentale ricordare che la gestione del rischio non significa rinunciare all’azione: significa, piuttosto, scegliere i tempi giusti, modulare i messaggi, e costruire una coalizione ampia che possa sostenere progetti concreti e verificabili nel breve e nel lungo periodo.

In questa ottica, la Lega Pro si trova a dover bilanciare una serie di tensioni: da una parte l’esigenza di preservare l’interesse dei propri club, senza cedere a logiche di corto respiro; dall’altra l’opportunità di definire una cornice di regole e incentivi che possa rendere più trasparente la gestione delle risorse. La sfida è quella di trasformare la prudenza in un vantaggio competitivo, offrendo una piattaforma dove le idee, anche diverse, possano coesistere e generare progressi concreti. Un simile approccio può contribuire a creare un clima di fiducia tra le squadre, gli sponsor e i tifosi, e può facilitare la nascita di nuove opportunità di collaborazione, di sponsorizzazione e di sviluppo delle infrastrutture per un calcio più robusto e inclusivo.

Analisi di scenario: tre vie possibili per la FIGC

Guardando avanti, è utile esplorare tre scenari plausibili che potrebbero emergere dall’elezione o dall’andamento della governance in tempi rapidi. Il primo scenario è quello di una coalizione ampia che coinvolga diverse anime del calcio, mantenendo una linea di stabilità ma aprendo spazi di riforma graduale. In questo caso, la figura presidenziale di Abete o Malagò potrebbe fungere da collante tra le esigenze della tradizione e la spinta verso un’evoluzione normativa e gestionale. Il secondo scenario è quello di una leadership più centrata sui poteri istituzionali, capace di guidare una riforma strutturale che rinnovi l’apparato federale, modernizzi i processi e stabilisca nuove metriche di performance. In tale contesto, la relazione con i club e le leghe minori diventa centrale, perché la capacità di tradurre le parole in misure operative sarà determinante per la credibilità della FIGC. Il terzo scenario è quello di una strada di riforme incisive, dove la gestione trasparente e la comunicazione aperta con tifosi e stakeholders diventino i capisaldi di una governance nuova. In questa cornice, le scelte della Lega Pro e delle altre leghe potrebbero giocare un ruolo di acceleratore, fornendo esempi concreti di buone pratiche che facilitino l’adozione di riforme a livello federale.

Scenario A: alleanza ampia tra soggetti sportivi

In uno scenario di ampia alleanza, le rispettive anime del calcio si impegnano a riconoscere interessi comuni, a definire una roadmap di investimenti e a monitorare i risultati con trasparenza. La figura presidenziale potrebbe assumere un profilo che privilegia la coesione, la gestione delle crisi e la capacità di mediazione tra problemi diversi: sviluppo giovanile, infrastrutture, diritti sportivi, governance interna. In questo contesto, Abete potrebbe offrire un ponte tra passato e presente, affiancato da figure internazionali o esperte in gestione, mentre Malagò potrebbe fornire un apporto di efficacia operativa e di orientamento al risultato. Una coalizione di questo tipo richiederebbe una comunicazione chiara e una gestione delle aspettative, affinché i club e gli sponsor percepiscano che la stabilità non esclude riforme significative.

Scenario B: leadership centrata su presidenze istituzionali

Nell’ipotesi di una leadership fortemente istituzionale, la priorità sarebbe l’adozione di standard uniformi di comportamento, la creazione di dipartimenti dedicati a finanza, compliance e governance, e una maggiore autonomia decisionale all’interno della FIGC. In questo quadro, la figura presidenziale diventerebbe una garante di regole e di trasparenza, con poteri rafforzati per guidare la federazione attraverso processi di riforma. La conseguenza per la Lega Pro sarebbe duplice: da una parte un quadro regolamentare più chiaro potrebbe facilitare la programmazione delle attività, dall’altra una gestione più centralizzata potrebbe limitare l’autonomia delle Leghe periferiche. Bisogna, quindi, che la governance trovi un equilibrio tra centralità e autonomia locale, in modo che le esigenze operative di club e leghe minori non vengano sacrificate sull’altare di una riforma dall’alto.

Scenario C: una strada di riforme strutturali e gestione trasparente

La terza via, quella delle riforme strutturali con gestione trasparente, si caratterizza per una revisione completa dell’architettura federale: nuove regole, sistemi di controllo più efficaci, strumenti di comunicazione più accessibili al pubblico, e una cultura organizzativa orientata all’apertura. In questo scenario, la candidatura di Malagò verrebbe interpretata come una promessa di modernizzazione, ma anche come una sfida per dimostrare che la trasformazione sia reale, misurabile e sostenibile. L’impegno, in tale contesto, sarebbe dimostrare che una federazione sportiva può crescere senza perdere la fiducia dei propri stakeholder. Per la Lega Pro, l’effetto potrebbe essere di due nature: accompagnare la riforma con proposte concrete per semplificare l’accesso alle risorse e ai programmi di sviluppo o, se non si sente partecipe in modo sufficiente, richiedere forme di garanzia e verifiche indipendenti per garantire che i cambiamenti siano realmente funzionali alle realtà di club di livello inferiore.

In definitiva, la scelta di non schierarsi, in una fase così delicata, non è una rinuncia all’impegno, ma una forma di responsabilità strategica. Si tratta di riconoscere che la governance del calcio richiede una visione di lungo periodo, la capacità di ascoltare, di mediare e di costruire strumenti che possano garantire stabilità senza soffocare l’innovazione. La figura presidenziale scelta dalla FIGC potrà, in ogni caso, fornire una direzione che non sia solo una guida per l’immediato, ma che sia anche in grado di progettare un ciclo di crescita sostenibile per i club, per i talenti e per l’intero movimento. E se il sistema riuscirà a coniugare tradizione e rinnovamento, sarà possibile offrire al calcio italiano una prospettiva credibile, capace di competere ai massimi livelli europei, mantenendo al centro le comunità delle periferie sportive che, spesso, sono la linfa vitale di ogni progetto sportivo.

La realtà è che il calcio, come ogni grande ecosistema, prospera quando le sue parti sono disposte a confrontarsi, a cedere su temi di principio e a costruire compromessi praticabili. Il rischio calcolato di non schierarsi non è una fuga dalla responsabilità, ma una scelta tattica che mira a preservare la stessa possibilità di rispondere in maniera efficace alle sfide che arriveranno. In questa cornice, la candidatura di Abete e Malagò diventa non solo una contesa tra due figure identificate da diversi stili di gestione, ma un banco di prova sul quale misurare la capacità della governance italiana di costruire ponti tra passato, presente e futuro, tra valori sportivi e necessità operative, tra identità e rinnovamento. E se l’orizzonte resta aperto, la strada da percorrere resta quella di un calcio che creda nelle proprie radici, ma che non smetta di guardare avanti con lucidità e responsabilità.

Nel lungo percorso che attende soggetti, club e tifosi, una cosa appare evidente: la forza non risiede solo nel potere di decidere, ma nella capacità di decidere con legittimità, chiarezza e visione condivisa. Quando le scelte sono guidate da una comprensione profonda delle esigenze presenti e delle possibilità future, si crea un terreno fertile per la crescita, per la fiducia di chi investe e per la gioia di chi pratica sportivamente il calcio. E se la strada da seguire resta ancora incerta, resta altresì chiaro che la quantità di energie dedicate al dialogo, all’ascolto e alla ricerca di soluzioni comuni sarà determinante per trasformare la prudenza in un motore di cambiamento reale e duraturo.

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