Il contesto politico e sportivo della candidatura
Nel panorama in continua evoluzione del calcio italiano, la candidatura di Giancarlo Abete alla presidenza della FIGC arriva in un momento di forte attenzione pubblica verso la governance sportiva, le dinamiche di potere e le sfide di crescita di una disciplina che, pur muovendosi sull’impianto di un evento globale, resta profondamente radicata nel tessuto sociale del Paese. Abete, intervenendo a margine di Athora Game on 2026 – All Stars Night, ha riportato al centro l’esigenza di un progetto orientato non solo al risultato sportivo, ma anche alla capacità di ascolto e mediazione tra interessi diversi. In questa cornice, la discussione sul programma di Malagò acquista una dimensione pubblica che trascende la singola figura politica e assume una funzione di confronto su principi, metodologie e tempi di riforma.
La serata, che mescola l’energia delle stelle del calcio e la solennità di una piattaforma di incontro, diventa dunque terreno fertile per gettare luce su quello che molti osservatori definiscono il vero parcheggio della gestione sportiva italiana: come si progetta una federazione capace di rispondere alle esigenze di un calcio professionistico, ma al tempo stesso rispettosa delle realtà del calcio amatoriale, della scuola calcio, delle categorie giovanili e delle fasce più sensibili della comunità. In questo contesto, Abete non si limita a esprimere una preferenza politica, ma propone una lettura più ampia sul modo in cui la FIGC può articolare un progetto inclusivo senza rinunciare alla necessità di innovare, riformare e garantire trasparenza.
Il linguaggio di Abete e la questione ecumenica
La parola chiave che guida la riflessione di Abete è, con enfasi evidente, l’ecumenismo: non un semplice termine di moda, ma una bussola che invita a conciliare sensibilità differenti, punti di vista divergenti, interessi talvolta contrastanti tra club di grandi città, realtà regionali, tifoserie e stakeholder istituzionali. Se da una parte l’orizzonte della presidenza FIGC richiede decisioni che abbiano una visione chiara di medio e lungo periodo, dall’altra occorre una capacità di gestire la complessità delle relazioni, riconoscendo che ogni scelta ha ricadute su segmenti molto variegati del mondo del calcio. L’obiettivo è costruire un equilibrio dinamico, capace di tutelare la competitività sportiva senza sacrificare l’unità dell’organizzazione e la fiducia del pubblico.
Questo approccio ecumenico, come lo descrive Abete, non significa rinunciare a principi generali o a una linea programmatica rigorosa, bensì tradurre tali principi in strumenti pratici. Tradurre, ad esempio, un valore etico in procedure trasparenti di governance, in regole di trasparenza finanziaria, in criteri chiari di accesso alle competizioni, in meccanismi di controllo che coinvolgano diversi attori. È una logica che riconosce l’importanza della pluralità di voci e che, al tempo stesso, evita di generare conflitti potenzialmente nocivi per la stabilità dell’istituzione e per la fiducia degli appassionati.
Un programma che cambia la gestione della FIGC
Se si leggono tra le righe le parole di Abete, emerge una visione di modernizzazione organica della FIGC, intesa non come mera modernizzazione tecnica ma come trasformazione della cultura organizzativa. L’idea è di definire un modello di governance che possa reggere il confronto con realtà molto complessi, come i rapporti con la Lega Serie A, le leghe minori, e con i soggetti che operano nel mondo del calcio femminile, della disciplina paralimpica e delle infrastrutture sportive. In questo quadro, l’attenzione all’ecumenismo diventa una serie di strumenti concreti: governance partecipata, procedure di selezione e promozione di leadership interne, una riforma dei processi decisionali che diminuisca la latenza tra decisione politica e attuazione, e una governance che sia in grado di rispondere in modo rapido alle crisi, senza sacrificare principi di responsabilità e integrità.
Nella pratica, ciò significa lavorare su quattro assi principali: trasparenza, accountability, inclusione e responsabilità sociale. La trasparenza riguarda non solo la pubblicazione di bilanci e contratti, ma anche la chiarezza dei criteri che guidano le nomine e le strategie sportive. L’accountability impone meccanismi di rendicontazione costante: come vengono monitorate le performance, quali indicatori di successo si adottano e come si correggono eventuali deviazioni. L’inclusione sceglie di aprire un dialogo strutturato con le realtà giovanili, con le federazioni regionali e con le associazioni di tifosi, in modo da costruire una rete di partecipazione che renda la FIGC un organismo che riflette la pluralità della passione calcistica italiana. La responsabilità sociale, infine, invita a collegare le politiche sportive a temi sociali concreti: educazione, salute, integrazione e lotta contro ogni forma di discriminazione.
Le misure chiave proposte e potenziali impatti
Tra le misure chiave che emergono dall’analisi del programma di Malagò, interpretate alla luce della proposta ecumenica di Abete, vi sono riforme volte a potenziare la trasparenza dei processi decisionali, una revisione dei meccanismi di controllo sulle finanze federali e una definizione più chiara dei ruoli tra FIGC, Leghe e club. L’obiettivo è avere una governance che non solo funzioni bene all’interno dell’istituzione, ma che sappia dialogare proattivamente con le leghe, con le società sportive e con le istituzioni pubbliche, per costruire una politica sportiva che sia sostenibile dal punto di vista economico e giuridico. In questa prospettiva, si parla anche di semplificazione delle procedure, di una maggiore snellezza decisionale e di strumenti di valutazione delle politiche che rendano conto dei risultati concreti, come la crescita delle infrastrutture sportive, l’aumento della base di praticanti e la qualità dell’offerta formativa per le giovani generazioni.
Un altro asse cruciale è la promozione della partecipazione delle donne nello sport e la valorizzazione del calcio femminile. La prospettiva ecumenica richiede un’attenzione non soltanto alle squadre maschili, ma a un sistema sportivo nel quale la parità di opportunità, la sicurezza delle atlete e la visibilità mediatica delle competizioni femminili siano integrali. Allo stesso tempo, si colloca una riflessione sull’ecosistema delle giovani promesse, sull’educazione sportiva nelle scuole e sulle reti di talento che possono alimentare un sistema competitivo sostenibile per anni a venire. In breve, le misure chiave hanno la finalità di creare una federazione che sappia essere efficace oggi, ma che possa anche guardare avanti, in un’ottica di lungo periodo.
Governance, outreach e nuove relazioni con il mondo dei settori
La dimensione di outreach e di costruzione di nuove relazioni si manifesta nel desiderio di includere nel processo decisionale non solo i rappresentanti delle società professionistiche, ma anche figure provenienti dal mondo accademico, dalle istituzioni pubbliche e dalle realtà associative regionali. Questo è un salto importante perché permette di bilanciare la voce dei grandi club con quella di realtà minori che spesso non hanno voce nei bilanci e nelle scelte strategiche. L’obiettivo è creare una piattaforma di collaborazione che favorisca l’emergere di proposte innovative, facilitando l’adozione di buone pratiche in tutto il sistema calcio, dalla gioventù alle squadre professionistiche, dalla gestione delle infrastrutture all’edizione di programmi di sviluppo sportivo, senza creare zavorre burocratiche eccessive.
Le sfide pratiche: tempi, risorse, equilibrio
Non mancano però le note di cautela. Un’operazione di trasformazione di questa portata richiede risorse, competenze e una gestione oculata dei tempi. Le criticità principali includono l’attrito potenziale tra interessi consolidati e nuove idee, la necessità di allineare le riforme con le norme legali e sportive internazionali e la sfida di comunicare in modo chiaro con un pubblico ampio e variegato. Le riforme devono essere progettate per essere facilmente implementabili, con piani di formazione interna, strumenti di monitoraggio e un calendario realistico di passaggi. In caso contrario, la buona volontà rischia di trasformarsi in annunci pressanti, con una perdita di fiducia da parte di tifosi, sponsor e partner istituzionali.
Il ruolo delle associazioni regionali e delle tifoserie
Un tema ricorrente nella discussione riguarda il ruolo delle associazioni regionali e delle tifoserie organizzate. Perché un programma ecumenico funzioni, è essenziale ricucire il legame tra la federazione centrale e le realtà regionali, che spesso vivono scenari molto diversi in termini di infrastrutture, formazione e cultura sportiva. Il dialogo costante con le tifoserie non deve tradursi in una riduzione dell’autonomia delle singole comunità, ma in una costruzione di strumenti di cooperazione che permettano di affrontare temi comuni — sicurezza, fair play, inclusività — con un linguaggio condiviso. L’obiettivo è una federazione che possa reagire in modo unitario a emergenze o opportunità e che accompagni le realtà locali in un percorso di crescita sostenibile.
I rischi di percezione e gestione delle sensibilità
Ogni scelta di governance nel mondo dello sport è esposta a rischi di percezione pubblica, e questo è particolarmente vero quando si afferma di voler







