In un contesto in continuo movimento per il calcio italiano, la recente dichiarazione del presidente della FIGC, Giovanni Malagò, riaccende il dibattito sul modo in cui la Nazionale possa ritrovare stabilità e competitività. In un intervista rilasciata a DAZN e disponibile sull’app ufficiale, Malagò ha delineato una posizione che guarda sia al passato sia al futuro: Maldini era, secondo lui, il piano A, ma ora la scelta del nuovo ct dovrà essere una decisione condivisa tra diversi attori del sistema. Una frase che ha suscitato non poche riflessioni tra addetti ai lavori, tifosi e osservatori, perché mette al centro la nozione di sicurezza di lungo periodo piuttosto che una soluzione rapida, capace di offrire una risposta immediata alle pressioni del momento. La portata di questa posizione è ampia: non solo riguarda la figura dell’allenatore della Nazionale maggiore, ma anche l’intera architettura tecnica, la gestione delle risorse umane e una revisione del rapporto tra Federazione, club e mondo giovanile.
Il contesto: una Federazione in ascolto delle esigenze del presente
Per comprendere la portata delle parole di Malagò è utile leggere il contesto in cui la FIGC opera oggi. Non si tratta di una federazione che cerca soltanto il risultato sportivo a breve termine, ma di un’istituzione che tenta di integrare innovazione, risultati e responsabilità educativa. In un panorama europeo sempre più competitivo, la gestione della Nazionale non può essere vista solo come un incarico tecnico: è un processo articolato che coinvolge scouting, formazione, sviluppo giovanile, infrastrutture, rapporti con i club e un dialogo costante con i tifosi. In questa cornice, la scelta di Maldini come (per ora) piano A è stata letta non tanto come una rinuncia a nuove nomine, quanto come una dichiarazione di fiducia in una missione più ampia: costruire un progetto su più livelli, che resista al passare delle stagioni e alle oscillazioni di mercato.
La dichiarazione di Malagò sulla quotidianità dell’innovazione, non come rivoluzione ma come progresso, riflette un approccio che privilegia la coerenza e la sostenibilità. Non è una semplice promessa di stabilità, ma una cornice in cui ogni passaggio strategico – dalla scelta del ct all’individuazione delle linee guida tattiche, fino al metodo di selezione dei giocatori – deve poter essere giustificato da una logica di lungo periodo. In questo senso, il presidente sembra voler evitare scorciatoie che hanno caratterizzato fasi particolari del passato, preferendo un processo inclusivo che possa essere monitorato, valutato e, se necessario, corretto nel tempo.
La figura di Maldini come piano A: cosa significa davvero
Un profilo che va oltre i luoghi comuni
Maldini non è solamente un nome legato al passato glorioso del club milanese. È una figura che incarna una logica di responsabilità internazionale, una conoscenza profonda della gestione di spogliatoi e delle dinamiche di rapporto con i calciatori all’apice della carriera, ma anche con i giovani in progressione. La sua esperienza come dirigente sportivo, la sensibilità verso lo sviluppo di talenti, e la capacità di tradurre la filosofia di gioco in scelte concrete lo hanno reso, agli occhi di molti, la persona in grado di interpretare una visione di squadra vincente sul lungo periodo. Quando Malagò lo indica come piano A, si riferisce a un pacchetto di competenze che va oltre l’ordinario: una persona capace di mettere insieme competenze pratiche, leadership, conoscenza tattica e una rete di contatti utile per stabilire una gestione articolata della Nazionale.
Questo non significa che Maldini sia stato automaticamente designato all’imminente incarico di ct, ma che la sua figura rappresenta un modello di riferimento per l’asse strategico della FIGC. Ecco perché la discussione non riguarda solo una sostituzione tecnica, ma la definizione di un nuovo modello di gestione che possa accompagnare la squadra nazionale in un ciclo di competizioni internazionali impegnative, come Europei e Mondiali, e in una fase di ricostruzione del movimento calcistico italiano. L’idea è quella di una figura che sappia collegare l’esperienza del calcio europeo ai bisogni particolari del nostro calcio, senza pretendere di imporre soluzioni dall’alto, ma piuttosto di costruire consenso e collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti.
Perché il concetto di piano A è stato percepito come un segnale
La scelta di descrivere Maldini come piano A è stata interpretata come un segnale di continuità, ma anche di ambizione. In un sistema che spesso è stato criticato per oscillazioni di metodo e di leadership, avere una figura di riferimento capace di offrire una visione chiara può contribuire a dare agli staff tecnici una bussola comune. In pratica, Maldini diventa lo spartiacque tra una fase di incertezza e una stagione in cui l’obiettivo è costruire una linea di gioco coerente, una cultura della preparazione atletica, un metodo di selezione dei giocatori basato su criteri chiari e misurabili, e un rapporto più equilibrato tra Nazionale maggiore e settori giovanili e di sviluppo. Allo stesso tempo, la definizione di piano A serve a chiudere la finestra delle decisioni improvvisate, offrendo una platea di riferimento in grado di assumersi responsabilità condivise e di aprire un dialogo costruttivo con i club di Serie A e con i principali attori del sistema.
Il valore della visione a medio-lungo termine
Un tema ricorrente nella conversazione pubblica è quello della sostenibilità. In un periodo in cui gli incarichi di ct cambiano spesso a seguito di risultati altalenanti, la possibilità di avere una visione a medio-lungo termine è un bene prezioso. Maldini, con la sua rete internazionale e la sensibilità verso la gestione di gruppi eterogenei, può fungere da collante tra le esigenze immediate della Nazionale e la necessità di investire nel potenziale futuro: settori giovanili, scouting, formazione degli allenatori, sviluppo di metodologie di lavoro condivise tra le varie nazioni e culture calcistiche. Questa logica non elimina la pressione di vincere, ma sposta l’orizzonte della discussione su un progetto che possa offrire risultati concreti nel tempo, senza rinunciare a una gestione responsabile delle risorse e a una consultazione ampia dei portatori di interesse.
La scelta del ct: un processo condiviso, non una decisione unilaterale
Chi dovrebbe partecipare al processo di selezione
Secondo la lettura offerta da Malagò, la decisione sul nuovo ct della Nazionale non dovrebbe essere affidata a una sola area decisionale, ma a una cornice in cui la Federazione, il consiglio federale, i club principali, la dirigenza tecnica e, possibilmente, una componente di rappresentanza degli addetti ai lavori siano coinvolti. L’idea è di superare logiche di potere interne e di definire criteri di selezione basati su competenze, risultati, etica professionale, capacità di gestire spogliatoi complessi e abilità nel lavorare in contesti mediatici ad alta pressione. In pratica, si tratterà di definire una procedura trasparente: tempi, fasi di valutazione, parametri di valutazione, elementi di scenario, e un meccanismo di validazione che permetta di avere un consenso ampio, o almeno un ampio allineamento, prima di una nomina.
Questo approccio non è una promessa di serenità automatica: comporta la gestione di differenze di opinione, di potenziali conflitti tra interessi, e la necessità di mediazione continua. Tuttavia, l’obiettivo è quello di evitare scelte dettate dall’urgenza, dalle pressioni del momento o da rapporti personali. Una procedura partecipata, se operata con rigore, può fornire una base solida per una leadership tecnica stabile e per una coesione interna che sia percepita come legittima non solo a livello federale, ma anche tra le società della Serie A, che rappresentano un polmone vitale per l’alimentazione della Nazionale.
Quali criteri chiave per i candidati
Tra i criteri attesi, Malagò e la FIGC dovrebbero considerare la profondità del progetto tecnico: una visione chiara su come costruire una squadra competitiva nel breve medio termine, mantenendo al centro una identità di gioco coerente. Altri elementi includono la gestione del gruppo nazionale, la capacità di lavorare con allenatori delle nazionali giovanili per predisporre un passaggio fluido verso la Nazionale maggiore, la gestione del rapporto con i media, e la capacità di lanciare una narrativa positiva attorno al progetto. Inoltre, l’esperienza internazionale, la competenza nel lavoro con calciatori giovani e la capacità di coordinare con le sedi periferiche della FIGC saranno temi centrali durante la valutazione. Infine, la resilienza: come reagire in situazioni di crisi, come gestire la pressione di una stagione importante, come mantenere la coesione in momenti di ostacolo o di incertezza.
Il calendario e la gestione delle tempistiche
Un aspetto fondamentale è la gestione delle tempistiche: non si può permettere che la famosa







