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Il palcoscenico FIFA: tra Balogun, scandali e la trasformazione dello sport in spettacolo

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Nel mondo del calcio contemporaneo, il confine tra sport e potere pubblico è diventato sempre più poroso. Da una parte c’è il campo, con i suoi confini disciplinati, le regole, la tecnica e la passione dei tifosi. Dall’altra, un cesto di attori istituzionali — federazioni nazionali, organi globali, sponsor, governi e, non ultimo, i media — che cercano di guidare, filtrare o spesso manipolare la narrazione intorno alle competizioni. È una dinamica complessa che, alla luce degli eventi recenti legati al caso Balogun e alle pressioni percepite da parte di figure come Gianni Infantino, ha assunto una forma particolarmente allarmante: lo sport viene sempre più approcciato come spettacolo pianificato, dove ogni scena è orchestrata per generare attenzione, consenso e profitti. In questo contesto, il calcio non è solo un gioco, ma un laboratorio sociale dove le decisioni su arbitri, sanzioni, calendari e diritti televisivi hanno implicazioni che si estendono ben oltre il campo.

Contesto storico: potere, governance e la nuova narrativa del gioco

Per capire cosa sta accadendo, è utile guardare alla storia recente della governance del calcio globale. L’era di Gianni Infantino, inaugurata nel 2016 e proseguita oltre la pandemia, ha portato una centralità crescente delle riunioni a porte chiuse, delle consultazioni con grandi sponsor e delle missioni di modernizzazione che promettono di rendere il calcio più inclusivo, più trasparente e più accessibile ai mercati emergenti. Tuttavia, questa spinta verso una governance

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