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La doppia rotta della crisi: Milan di Cardinale e Juventus di Elkann tra pulizia e coesione

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In tempi di crisi sportive e di trasformazioni economiche del calcio europeo, due grandi club italiani hanno scelto strade apparentemente antitetiche per rispondere a una domanda comune: come trasformare il fallimento in un progetto di lungo respiro. Da una parte Milan e Cardinale hanno deciso di fare pulizia, di riorganizzare gerarchie, processi e investimenti per costruire una base di lungo periodo. Dall’altra Juventus e Elkann hanno cercato di mettere insieme i cocci, mantenendo una certa stabilità e una gestione che privilegi la coesione e la continuità, anche quando il risultato sportivo non sorrideva immediatamente. Il confronto tra queste due strade offre una lente utile per capire non solo cosa significhi gestire una squadra di alto livello, ma anche quali principi di governance, cultura e strategia possono spingere una società a trasformare una crisi in un motore di crescita.

Contesto e quadro generale: due club, due passato, due letture della crisi

Partire dal contesto è essenziale per evitare di cadere in semplificazioni. Il Milan, da tempo al centro di una ridefinizione globale sotto la proprietà di RedBird e la guida di Gerry Cardinale, si è trovato davanti a una serie di scelte difficili: bilanci sani, investimenti mirati, riforme strutturali e, soprattutto, una cultura interna capace di sopportare la piena risonanza di una crisi sportiva. Juventus, nel frattempo, ha dovuto confrontarsi con una tensione diversa: la necessità di preservare la propria identità, di mantenere alimentata la fiducia di tifosi e investitori, ma anche di liberarsi da zavorre e inefficienze che avevano rallentato la macchina. In entrambi i casi, la domanda chiave è stata la stessa: come si conserva la competitività senza bruciare risorse o rinunciare a una visione a medio-lungo termine?

La pulizia di Milan: un pacchetto di misure per rinnovare l’ossatura

Con Cardinale al timone, la filosofia di fondo è stata chiara: se la mancanza di successi sportivi è anche sintomo di un sistema che lunga distanza non è stato costruito in modo solido, allora è necessario intervenire sulle fondamenta. La pulizia non è stata un atto di purificazione fine a se stesso, ma un asse strategico attorno al quale reimpostare governance, scouting, struttura della prima squadra e, non ultimo, la gestione della cassa. È stato un processo che ha coinvolto il risanamento di procedure, la revisione dei contratti, la definizione di obiettivi misurabili e la creazione di un nuovo tavolo decisionale in cui la competenza sportiva dialoga con quella finanziaria, senza che una prevalga sull’altra.

Una parte significativa di questa riprogettazione riguarda la disciplina di mercato: piano di acquisti e cessioni allineato a una visione di medio periodo, con una maggiore attenzione ai settori giovanili, alle fasce di età dei giocatori e alla capacità di monetizzare i talenti emergenti. Non si è trattato di un semplice taglio dei costi, ma di una ristrutturazione dell’ecosistema: scouting, data analytics, health & performance, infrastrutture di training e una rinnovata attenzione al como­do e al costoso ma necessario equilibrio tra investimenti e rendita sportiva. È un processo che richiede tempo, ma che potenzialmente crea una spina dorsale più robusta per il club.

Il lato interno dell’operazione ha riguardato la cultura organizzativa: semplificazione delle linee di reporting, definizione chiara di ruoli e responsabilità, una maggiore trasparenza nelle decisioni e una comunicazione rivolta a tifosi, media e partner. Tutto ciò ha l’obiettivo di creare fiducia: non solo tra i nostri atleti e il personale, ma anche nel mercato, dove la reputazione di un club è un asset tangibile e misurabile. In questa luce, la pulizia non è una carezza rapida, ma una medicina che può mettere a regime una macchina complessa e fragile, restituendo lente di crescita e capacità di assorbire investimenti futuri.

Il terzo elemento: governance e coinvolgimento della tifoseria

Un aspetto spesso determinante del successo della trasformazione è la governance: chi prende le decisioni chiave, chi controlla i rischi e come si gestiscono le aspettative. Nel caso del Milan, Cardinale ha cercato di creare un modello dove il dialogo con i sostenitori e con i partner economici fosse parte integrante della strategia, non un fatto episodico. L’idea è che una governance inclusiva, capace di tradurre i dati in scelte concrete, possa ridurre la volatilità e aumentare la coerenza delle azioni intraprese. Il risultato atteso è una maggiore resilienza: una squadra che non si affida all’improvvisazione, ma costruisce un percorso chiaro nel quale ogni passaggio ha un razionale, un tempo e un obiettivo.

Juventus e la gestione Elkann: coesione, identità e un percorso prudente

Se da una parte si lavora con la chirurgia della pulizia, dall’altra si interiorizza la convinzione che la coesione e la stabilità possano essere altrettanto efficaci nel lungo periodo. Juventus, guidata dalla famiglia Elkann e dall’amministrazione societaria, ha posto l’accento su una strategia di consolidamento, puntando sull’unità del gruppo, sulla continuità tra prima squadra e settore giovanile, e sulla capacità di crescere all’interno di una cornice di sostenibilità economica. Questo approccio si fonda sull’idea che riforme puntuali, accompagnate da una gestione delle risorse umane e sportive orientata al patrimonio di conoscenze maturato nel tempo, possano tradursi in risultati concreti, anche quando i passi iniziali appaiono lenti.

La filosofia di Elkann non nega la necessità di cambiamenti: è evidente la volontà di ristrutturare parti del management, di investire in infrastrutture, di potenziare la rete di scouting e di rafforzare i legami con la filiera tecnica. Ma a differenza di una soluzione

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