La notizia delle tensioni che hanno accompagnato il derby torinese ha riacceso un dibattito già molto acceso nelle settimane precedenti: come conciliare passione sportiva, sicurezza pubblica e responsabilità delle istituzioni. Prima dello spettacolo calcistico, gli scontri tra tifoserie hanno acceso i riflettori e alimentato una retorica di paura, soprattutto tra chi teme che la violenza possa sovrastare la democrazia del fair play. In questo contesto, le parole del presidente del CONI, Luciano Buonfiglio, hanno assunto un peso particolare. In una dichiarazione ferma, ma anche lucida, Buonfiglio ha invitato a non restare schiavi delle pulsioni ultras e ha chiosato che la società sportiva deve preservare i propri principi senza cedere al ricatto della violenza. «Faccio un invito alle istituzioni…», ha detto, richiamando un dovere comune: tutelare lo spettacolo, proteggere i cittadini e offrire un esempio di responsabilità, non una cornice di minaccia e intolleranza. Le sue parole hanno trovato spazio su una scena pubblica già scossa da immagini di tafferugli, di colpi di fumogeni, di corpi di Polizia in assetto di intervento e di tifosi che sventolavano sciarpe in tonalità diverse, talvolta sovrapposte da striscioni di protesta o di incitamento al gol. In breve, si è intrecciata la domanda su come si possa gestire una rivalità legata a una città, a un marchio sportivo e a una storia che mette in palio non solo un trofeo, ma l’idea stessa di sicurezza, convivenza e regole condivise. Buonfiglio ha insistito sull’urgenza di distinguere tra libertà di espressione e rispetto della legge, tra passione legittima e istinto di dominio. Ha chiesto uno sforzo congiunto di istituzioni, club e tifoserie per disinnescare la spirale di violenza, riconoscendo che ogni estensione di violenza ha un costo sociale e umano che non può essere ignorato.
Il contesto: derby Torino e tensione pre-partita
Il derby tra la Juventus e il Torino è da sempre molto più di una partita di calcio: è una festa di quartieri, un rituale di identità cittadina e, soprattutto, un banco di prova per la capacità di gestire la passione collettiva. Tuttavia, negli ultimi tempi, l’anticipo di derby ha portato con sé segnali preoccupanti: cori estremi, minacce velate sui social, richieste di non disputare la partita da parte di alcuni gruppi ultras e una sensazione di vulnerabilità condivisa tra tifosi moderati, media, protagonisti della vita pubblica e forze dell’ordine. In quella cornice, Buonfiglio ha chiesto una riflessione profonda sulle responsabilità comuni, sottolineando che la violenza non è mai una risposta legittima né alla frustrazione sportiva, né a un senso di ingiustizia percepita. La sua analisi si è basata su tre pilastri fondamentali: trasparenza nelle decisioni disciplinari, coerenza normativa e un patto di fiducia tra istituzioni, club e comunità locali. Senza questa armonia, ha avvertito, la sicurezza pubblica ne risente, il modello sportivo viene compromesso e il messaggio educativo perde efficacia. Le immagini della vigilia raccontano un equilibrio precario: la tifoseria pronta a esprimere passione, le forze dell’ordine a garantire ordine, e i media a raccontare non solo la cronaca, ma anche i principi che dovrebbero guidare lo sport moderno. In questa cornice, la voce di Buonfiglio è stata una chiamata a trasformare la rabbia in responsabilità, a trasformare la tensione in confronto civile e a trasformare la paura in azione condivisa.
Le parole chiave di Buonfiglio: comprendere, chiedere, responsabilizzare
L’intervento di Buonfiglio è stato articolato in tre frasi-guida che hanno mirato a ridefinire il confine tra passione e violenza. Innanzitutto, comprendere la dinamica del tifo senza assolutizzarla: la passione è una componente legittima della cultura sportiva, ma non può trasformarsi in ostilità che minaccia la libertà degli altri. In secondo luogo, chiedere responsabilità condivisa: le istituzioni, le società sportive e le tifoserie organizzate devono agire insieme per creare condizioni realistiche di sicurezza, senza demonizzare le singole comunità di appassionati. Infine, responsabilizzare i comportamenti concreti: misure preventive, educazione ai valori civili, regole chiare e sanzioni proporzionate per chi viola le norme, affinché l’intero ecosistema sportivo possa raccontare una storia diversa. Le parole di Buonfiglio hanno, dunque, invitato a spostare l’asse dell’intervento pubblico dalla mera repressione a una strategia di prevenzione e di coinvolgimento attivo delle comunità. Questa cornice di pensiero ha trovato sostegno tra professori universitari, ex giocatori e rappresentanti delle istituzioni sportive che chiedono una governance più trasparente e dialogante.
Implicazioni pratiche per club e tifoserie
Se si accetta che la sicurezza non possa essere affidata soltanto alle forze dell’ordine, allora servono strumenti concreti. Buonfiglio ha suggerito di rafforzare i patti etici tra club e tifoserie, intercettando prima le tensioni e intervenendo tempestivamente con misure di de-escalation. L’adozione di protocolli comuni di sicurezza, la formazione di mediatori tra le curve, l’uso responsabile dei social media come spazio per la riconciliazione invece che per l’istigazione hanno mostrato una strada praticabile. Inoltre, l’implementazione di programmi di educazione civica non solo per i giovani tifosi, ma per l’intera comunità, aiuta a costruire un linguaggio condiviso che trasformi l’







